Capitolo 5 – Inganni e bugie.
La traversata dell'Atlantico non fu semplicemente un viaggio, ve lo assicuro, divenne il palcoscenico per il grande spirito che ero diventato.
Tre settimane di navigazione mi separavano dalle paludi del Nuovo Mondo e, man mano che le onde si facevano più fredde e salate, la malattia che la maledizione aveva scatenato su di me si ritirava, lasciando spazio alla mia vera natura.
Divenni ogni giorno più Vampiro, e scoprii che l’immortalità, l’eterna sete di sangue e l’eleganza che appartenevano a queste creature erano molto vicine alla mia vera essenza, stavo diventando sempre più me stesso.
Non ero più solo il re dei pirati, ero il primo pirata vampiro della storia e il mondo si sarebbe dovuto inginocchiare ai miei piedi, e riconoscere la mia missione e il mio valore, o soccombere alla mia avanzata.
Il mio fascino era tornato al suo splendore, ma arricchito da una nuova ferocia glaciale che non potevo più permettermi di nascondere.
La Melma, sotto la mia supervisione, divenne una prigione galleggiante governata dal terrore e dall'adorazione che imponevo alla ciurma, una massa di pusillanimi avidi e pronti a tutto pur di sopravvivere alla mia fame.
"Dovete capire" spiegavo loro, mentre mi nutrivo di uno o dell’altro a mio piacimento, con un tono che non ammetteva discussioni
"che Lafitte non è più solo un semplice uomo. Io sono il fato, la Divinità del Rischio e del Successo. Chi mi segue, avrà la gloria. Chi mi tradisce, sarà solo un pasto insipido per la mia sopravvivenza."
Il mio appetito non si limitava al sangue.
Esigevo tributi sempre più grandiosi e degni di me.
Volevo che i pirati mi portassero pietanze raffinate come offerte votive di cui non mi potevo nutrire, ma che solleticavano le mie fantasie, e se non riuscivano a cucinarle secondo la mia volontà la pietanza diventavano loro.
Poco mi importava che fossimo nel bel mezzo dell’oceano e che a bordo non ci fossero tutti gli ingredienti che richiedevo, io ogni giorno pretendevo il mio tributo come è giusto che sia quando si è il primo pirata vampiro della storia.
Un grande leader deve esigere il massimo per mantenere il suo status, se non lo fa rischia di perdere la corona.
Tutta la ciurma si sforzava di seguire le mie direttive.
Avevano visto cosa era successo al cuoco e a Piet Sloom, e a tutti i loro compagni che avevano avuto l’onore di sacrificare la loro vite per nutrire la mia.
Vivevano nel terrore e nella speranza di conquistare il mio tesoro e la mia benevolenza.
L'avidità era la loro ancora di salvezza. Erano tenuti insieme solo dalla voglia di compiacermi, ma sapevo bene che mi avrebbero abbandonato tutti non appena avessero ricevuto il compenso promesso, per questo necessitavo un piano per sistemare quegli infami.
Ero magnifico, me ne rendo conto. Mi crogiolavo nella mia consapevolezza di essere un faro di luce nella loro meschina esistenza, ero troppo per loro, non mi meritavano.
Barnaby, il nostro "Piede di Piombo" (un soprannome che ora, sotto la mia luce, suonava quasi affettuoso), fu risparmiato.
Non perché mi piacesse, disprezzavo quel traditore, sapevo che aveva incontrato Van Rijn e non me lo aveva detto.
Si salvò perché era l'unico in grado di fare navigare seriamente la nave verso la nostra destinazione e quindi, per ora, mi era indispensabile.
Ma lo tenevo sotto controllo, lo avevo trasformato nel mio servo personale.
Ogni sera, doveva pulire la mia cabina privata, che avevo trasformato in un santuario alla mia grandezza, gli imponevo lavori umilianti e faticosi per piegarne lo spirito, e lui eseguiva senza protestare ogni mio ordine.
Il povero, sfortunato Barnaby.
Mi divertiva vederlo inciampare nel ruolo di umile servitore.
Era il mio burattino più patetico e devoto, nella mia immensità non avevo immaginato che quella feccia nascondesse così bene uno spirito risoluto e una mente acuta, d'altronde i grandi come me hanno altro a cui pensare, non potevo certo perdere tempo dietro alle follie di un ometto, dovevo pianificare il mio riscatto e il dominio del pianeta io.
Finalmente, dopo un'eternità di mediocrità marittima, arrivammo nel porto nebbioso e mercantile di Bristol.
L'Inghilterra, la mia ultima destinazione.
La Melma attraccò sotto gli occhi diffidenti dei marinai inglesi che fumavano le loro pipe di gesso appoggiati agli ormeggi sul molo.
Ordinai alla ciurma di scendere per festeggiare, non li volevo intorno per qualche ora, dissi a tutti di tornare entro la sera successiva, avrei spartito con loro il mio tesoro per ripagarli dei servigi, come promesso.
Sapevo che non sarebbero mancati all’appuntamento, quello che non sapevano loro è che non avrebbero trovato il tesoro a bordo della Melma, ma solo la morte.
Quanto a me, avevo piani ben più grandiosi dei loro bordelli di bassa lega.
Uscii dalla nave avvolto nel mio mantello per nutrirmi, e per incontrare il mio ignaro contatto.
La mia fortezza si trovava nel nord, e il tesoro era lì, ma avevo bisogno di un trasporto terrestre discreto e di nuovi, fidati alleati, che non sospettassero della mia vera identità.
Rispolverai quella del Conte De Sangre di ritorno dalla sua permanenza in Louisiana e diretto ai suoi possedimenti in Cornovaglia, terre di famiglia che custodivano la mia fortuna e il mio maniero.
Da lì sarebbe ripartita la mia vita da non morto, avrei messo insieme un esercito di validi combattenti, di pirati vampiri che avrebbero esteso il mio potere prima in tutta l’Europa, e poi nel mondo.
Lasciai il Capitano Barnaby a bordo.
Gli affidai il compito ingrato di custode della nave, un ruolo che gli avrebbe tolto anche il sollievo di godersi le sue ultime ora di vita e di libertà.
Lasciarlo umiliato e solo mi divertiva, non immaginavo che quell’innocente sollazzo mi sarebbe costato carissimo.
Ero troppo esaltato per contenere i miei pensieri e gli incredibili progetti che nascevano dalla mia mente illuminata.
Durante la traversata, per non dimenticare niente, avevo scritto e disegnato freneticamente il mio piano su un quaderno di carta finissima, rilegato in pelle rossa, che tenevo nella cabina.
È il dovere di un genio registrare la propria grandezza e non volevo perdere una parola dei miei pensieri.
Barnaby, obbedendomi, pulì la mia cabina vuota quella sera, ma la paura che gli incutevo non fu sufficiente a limitare la sua curiosità.
Quel meschino traditore trovò il quaderno e approfittando della mia assenza lesse i miei scritti, in cui rivelavo con chiarezza lucida il mio piano divino.
Lesse anche che non avevo alcuna intenzione di spartire il mio tesoro con quei pezzenti che lui aveva guidato prima di me come Capitano.
Una volta arrivati a destinazione, li avrei uccisi tutti, uno per uno, e avrei dato le loro carcasse in pasto al mio esercito nascente.
Scoprì che il tesoro non era a Bristol, ma in una vecchia fortezza nel nord dell'Inghilterra, e che volevo raggiungere la destinazione finale dopo essermi liberato della ciurma, grazie all’aiuto dei miei nobili contatti, di cui avevo annotato anche il nome.
Il mio vero piano era usare il tesoro l'alta società decadente inglese per reclutare un esercito di pirati-vampiro, persone con il mio stesso desiderio di libertà e potere assoluto, da contrapporre al Leviatano della burocrazia e della legge.
Barnaby aveva tra le mani, fra le altre cose, anche la prova della sua imminente esecuzione.
Non era più solo spaventato, adesso era anche era informato.
Cosa avrebbe fatto con quello che aveva scoperto? Avrebbe chiesto inutilmente pietà, o avrebbe provato a ribellarsi al suo destino ormai segnato?
Io, il maestro, stavo celebrando la mia prossima conquista, ignaro del fatto che il mio schiavo più vessato e disprezzato stava scoprendo come diventare l'unica persona in grado di fermarmi.
Che sublime tragedia, che incredibile scherzo del Fato!

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