Il Vampiro Del Bayou, L' Ultima Grottesca Avventura Del Pirata Jean Lafitte, Capitolo 4


Capitolo 4 – Il ritorno di Lafitte


Il rumore del metallo che forzava il coperchio in mogano della mia cassa, e la consapevolezza che dovevo agire in quel momento, o mai più, mi diedero la determinazione e la forza per prendere in mano la situazione. 


Quella banda di sciamannati incapaci rischiavano di danneggiare il contenitore della terra che garantiva la mia sopravvivenza.


Sfiorai con un dito la serratura interna che mi teneva al sicuro nel mio temporaneo rifugio, e il coperchio si aprì, lasciando filtrare la luce del tramonto, arancione e violenta, all’interno. Per fortuna era l’imbrunire e io sarei stato libero, finalmente.


"Vino, eh?" grugnì Silas Denti Marci, il cui volto era una maschera di delusione e rabbia. 

Sorrisi mentre lo osservavo ricoperto da uno strato di terriccio che occultava il mio corpo, presto quella maschera tragicomica si sarebbe trasformata nell’immagine del terrore, che sarebbe dilagato sul volto e nelle viscere di tutti i suoi compagni, adoravo il terrore negli occhi di chi incrociava il mio cammino, lo ho sempre amato.


"Non c'è niente qui, solo... terra bagnata!" esclamò.


Era il momento della mia magistrale entrata in scena. Sollevai il busto dalla bara con una fluidità che non mi era stata possibile fino a pochi giorni prima. 


La fame, per fortuna, si era attenuata dopo le mie due notti di caccia, e la a maledizione del Bayou non era scomparsa del tutto, ma si era alleggerita con la distanza dalla costa, permettendo al mio corpo martoriato, e al mio antico, magnetico fascino di riemergere. 

La pelle del mio viso aveva recuperato tono e forma, e aveva assunto una nuova aura pallida che donava alla mia già notevole persona un inquietante alone di mistero.


Ero ancora macilento, ma non più grottesco e irriconoscibile. I miei tratti erano di nuovo pericolosamente affascinanti, stavo tornando il ritratto diabolico dell'uomo che ero stato.


"Chi osa disturbare il mio sonno?" Chiesi, con un ghigno glaciale.


Quei bifolchi arretrarono, inciampando nei loro stessi piedi. Sulle bocche contorte e sdentate di quei beceri diseredati correva un solo nome, sussurrato con reverenza e terrore “Lafitte”. Ebbene, mi avevano riconosciuto, non erano poi tanto sciocchi da non ricordare il volto del terrore dei mari, del re dei pirati.


La ciurma tremava, nessuno osava sfidare il mio sguardo, nemmeno Barnaby, che sembrava più morto che vivo per lo spavento. Le loro mani sudice stringevano pistole e coltelli, ma nessuno osava prendere l’iniziativa o muovere un muscolo.


"Volevate il vino del Duca?" sibilai, scivolando fuori dal mogano con una grazia che ipnotizzava e terrorizzava tutti i presenti. "E invece avete trovato il Re dei Pirati." Feci una pausa solenne, lasciando che la mia stessa leggenda mi vestisse. "Mi avete riconosciuto, sono proprio io, Jean Lafitte in persona, e se mi servirete farò di voi degli uomini molto fortunati, e ricchi."


I mormorii si fecero forti, seguiti da un silenzio assoluto, il tipo di silenzio che si ha solo quando la fantasia incontra la realtà e ti afferra alla gola. 


Tutti sapevano del mio immenso tesoro e delle mie imprese, ma solo io sapevo dove era nascosto il mio oro, e solo io ero la leggenda! Ero certo che mi avrebbero seguito in capo al mondo per averne una briciola.


"Sono maledetto" continuai, la mia voce era una serpe velenosa che si insinuava nelle viscere della loro avidità e della loro paura. 

"il grande Lafitte ha sconfitto la morte ed è diventato un Vampiro del Bayou. Voi avete visto le sue tracce, avete perso uomini per saziare la sua fame. 

Ma guardatelo ora: torna ad essere l'uomo che era, anzi, è anche più forte grazie ai poteri che l’oscurità mi ha donato. E questo significa che può darvi la sua benedizione o la sua maledizione, decidete voi da che parte stare, scegliete voi se vivere o morire."


Lafitte non aveva bisogno solo di una ciurma; aveva bisogno di schiavi terrorizzati, controllati dal desiderio di ricchezza e dalla paura della morte, quanto mi piaceva essere Lafitte in quel momento!


"Vi prometto il mio tesoro, se vi assoggettate al mio comando, o la morte se non lo fate." Tirai fuori dal panciotto la mappa e la chiave arrugginita che apriva il sotterraneo in cui avevo nascosto la mia fortuna. "È sepolto in Inghilterra. Vi porterò in Europa, avrete oro e gemme più di quanto possiate sognare. 

Ma dovete servirmi. Ubbidirete. E se mai uno di voi mi tradirà, o solo parlerà del Duca De Sangre o di Lafitte quando scenderemo a terra, non sarò io a ucciderlo. Sarà la Maledizione. Voi diventerete il mio cibo, vi posso leggere nel pensiero, non potete mentirmi."


La ciurma, inutile dirlo, si ammutinò in blocco contro il patetico Barnaby senza discussioni.


Barnaby "Piede di Piombo" si rese conto con un orrore glaciale della sua posizione. 

Non era più il capitano; poteva scegliere di essere lanciato fuoribordo o abbandonato su qualche isola, di diventare il mio pasto, oppure di piegarsi al mio volere.

Mi serviva una maschera, uno schiavo che si occupasse di gestire i miei affari a terra, io non potevo farmi vedere in giro, Van Rijs mi aveva visto salpare con la Fortuna, non avrebbe smesso di cercarmi e probabilmente aveva già messo alle mie calcagna i suoi scagnozzi.


Avevo bisogno di un volto pubblico, di qualcuno che potesse guidare la nave, visto che mi ero nutrito del nocchiere, e scendere a terra per le mie necessità. 


La sua paura, adesso, era doppia: temeva me (il Vampiro che poteva ucciderlo) e temeva la sua stessa ciurma (che lo avrebbe gettato fuori bordo per proteggere il tesoro promesso), ovviamente si piegò al mio volere e ordinai ai marinai di fare vela verso l’unica isola in cui potevamo fermarci a fare rifornimento prima di partire per la traversata che ci avrebbe portato nella vecchia Europa.


La navigazione era lenta e ci aspettava un lungo viaggio, la nave andava messa a nuovo e rifornita di ogni bene necessario. Il punto di sosta più logico sulla nostra rotta, che mi avrebbe permesso di evitare le autorità americane, era L'Havana, Cuba. 


Barnaby ricevette ordini precisi, lui doveva essere a tutti gli effetti il Capitano della nave per la legge e per i locali. Non avrebbe dovuto menzionare la mia presenza a bordo in alcun modo e avrebbe dovuto tenere un profilo basso. Il mio ritrovato fascino mi aveva reso più potente, ma anche troppo riconoscibile, sarei sceso dalla nave solo di notte, e solo per nutrirmi.


Mentre la Melma si nascondeva in una baia secondaria, organizzai la ciurma in squadre e pianificai con cura meticolosa e polso di ferro i lavori di pulizia e riparazione a bordo.  Avrei reso quella nave degna del mio nome, e quegli uomini pirati.


Barnaby si avventurò a L'Havana, mentre si allontanava dalla baia in cui eravamo ormeggiati lo guardavo con disprezzo, arrancava inciampando nei suoi stessi piedi sul sentiero sterrato che conduceva verso la città, come aveva fatto un uomo simile a diventare capitano di una nave?


Non sono il genere di uomo che fa errori, o che ammette di averne fatti, ma in questo caso devo confessare che avevo ampiamente sottovalutato le doti del Capitano Barnaby, e ne pago ancora oggi, amaramente, le conseguenze.


Restammo nella baia per una settimana.


La nave, sotto la mia guida e le mie direttive, era irriconoscibile dopo soli pochi giorni, e anche la ciurma non sembrava più la stessa.


Avevo organizzato quella massa di bifolchi dando a ciascuno un ruolo, e l’orgoglio di essere al servizio del re dei mari.


Forse li motivava il terrore, oppure l’avidità, ma avevo restituito loro dignità e disciplina.


Fu nel caos metodico del porto de L'Avana che il destino decise di giocarsi un’altra delle sue carte, tirando nuovamente fuori dalla manica il suo fante di picche, l’odiato Van Rijn.


Van Rijn era un uomo che sapeva attendere. Un predatore simile ad un ragno che tesse la sua tela e attende impaziente la preda per ore, per poi scattare letale al momento giusto. 


La Fortuna era tornata a New Orleans dopo il saccheggio e lui aveva subito ispezionato il carico e interrogato i testimoni. 


Un aristocratico malato con una bara di mogano non potevano svanire nel nulla, e invece erano scomparsi entrambi.

Il capitano Hodges aveva assicurato che i pirati non avevano rapito o ucciso nessuno, eppure il Duca De Sangre era scomparso insieme al suo lugubre bagaglio.


Non era uno sciocco, sapeva che ero diretto in Europa, sapeva come tutti della leggenda del mio tesoro sepolto in Inghilterra, era logico dedurre che la nave su cui ero stato imbarcato si sarebbe fermata nell’unica isola sulla rotta in cui era possibile preparare un vascello ad una traversata.


Era partito subito da New Orleans e si era appostato nel porto, in agguato.


Van Rijn era in piedi su un molo affollato, vestito nel suo abito grigio e inappuntabile quando vide la figura impacciata di Barnaby contrattare febbrilmente per acquistare parte di quanto gli avevo ordinato.


Non c'era fretta nel suo passo quando lo avvicinò dopo averlo osservato per giorni in silenzio, annotando i suoi spostamenti e i suoi acquisti con cura.


Lo approcciò mentre stava mangiando alla locanda del porto, da solo.


"Capitan Barnaby, buongiorno" disse Van Rijn in un inglese perfetto, sedendosi senza aspettare un cenno di assenso al suo tavolo, proprio di fronte a lui. “Ha di sicuro un momento per scambiare quattro chiacchiere riguardo l’arrembaggio alla Fortuna con un ufficiale del governo. Le mie fonti mi dicono che sa di cosa sto parlando, la pirateria è punita con la morte, non vorrei che certe voci arrivassero alle orecchie sbagliate o sarebbe difficile per lei uscire dal porto dell’Havana sulle sue gambe.”


Barnaby sbiancò, i suoi occhi scuri e ottusi erano spalancati per la paura. Sapeva chi era Van Rijn, aveva fatto condannare un paio di suoi vecchi compagni, che probabilmente penzolavano ancora da qualche forca in una delle colonie.


Era in trappola, parlare avrebbe significato essere immediatamente sbranato da me,  oppure pugnalato dalla ciurma, o magari entrambe le cose in successione.


Se si fosse rifiutato di collaborare invece sarebbe finito fra le grinfie della legge, e la morte per impiccagione lo attendeva.


Van Rijn, quella canaglia, non si muoveva, si limitava a fissarlo giocherellando con la mollica di una pagnotta che era stata servita al mio uomo insieme al suo stufato. 


Osservava la paura negli occhi di Barnaby, annotando mentalmente ogni spasmo e ogni esitazione che adombravano il suo volto. 


Gli servivano prove riguardo l’ubicazione della nave, sulla mia presenza a bordo e informazioni riguardo alle mie eventuali intenzioni. 


Mi avevano dichiarato morto nell’incendio, per riattivare ufficialmente la caccia all’uomo che mi aveva portato all’estremo gesto di dare fuoco alla mia isola gli serviva più di un sospetto.


"Tutti sanno che la Melma ha saccheggiato il mercantile Fortuna fuori New Orleans," mormorò quel maledetto Olandese con un tono da cospiratore che era sia accattivante che minaccioso "E io so che la nave trasportava un carico speciale. Un carico pericoloso Capitan Barnaby. 

C'è qualcosa nella vostra stiva che vi spaventa più della forca, confessatemelo, posso aiutarvi. 

Se voi aiuterete me a catturare l’uomo che cerco  farò in modo che i capi di accusa contro di voi decadano insieme al cappio che vi aspetta in Inghilterra."


Barnaby deglutì a fatica, si passò la lingua sulle labbra e guardò il piatto di stufato, l’appetito gli era passato completamente, non sarebbe riuscito a finirlo. 

Le sue mani, che avevano la robustezza di chi aveva lavorato il catrame e le funi, tremavano leggermente mentre guardava gli occhi di ghiaccio di Van Rijn. 


L’ufficiale lo osservava, cercando di capire chi aveva davanti e cosa aspettarsi da lui.


Barnaby, lo devo ammettere, era un uomo vigoroso e persino bello sotto la barba incolta, ma segnato dalla sfortuna, dalle disavventure, e dalla vita dura che il mare imponeva ai suoi adepti.


Sotto il suo aspetto da pirata, comune a quello di centinaia di uomini sparsi per centinaia di porti a tutte le latitudini, c'era qualcosa che stonava, qualcosa che rendeva il capitano diverso dalle canaglie a cui si finisce con l’abituarsi.


C’era una fragilità quasi delicata nei suoi modi e nel suo sguardo.


Era quel tratto, costantemente represso per sopravvivere a quel mondo brutale, a renderlo impacciato nel ruolo di "Capitano" e a fargli meritare il nomignolo di "Piede di Piombo". 


Sotto quella goffaggine c'era la paura di farsi notare, di esporsi, di lasciare intravedere la vera, vulnerabile persona che si nascondeva sotto l'uniforme sporca. 


Come compatirlo? Mostrarsi fragili in un porto come quello in cui si trovava sarebbe costato la testa a chiunque, anche a me.


Il suo sguardo era quello di un uomo schiacciato dalla vita, che vedeva improvvisamente una via d'uscita dai suoi tormenti, ma capiva il rischio mortale che correva anche solo a sperare di poter spezzare quelle catene. 


Mi avrebbe tradito? O si sarebbe rassegnato a subire il suo destino come aveva sempre fatto?


"Vede, signore," rispose Barnaby, la sua voce era bassa e calda, aveva un tono ruvido che non riusciva a mascherarne l’educazione. 

"Lei parla di forca... ma la forca è una fine veloce, pulita. Io sono stato sfortunato. Estremamente sfortunato. 

Mi sono imbarcato non per ambizione, no, solo per evitare che un debito mi portasse direttamente in prigione, ero solo un ragazzo sciocco.

Da quel giorno in avanti ogni scelta sbagliata ne ha portata un'altra. 

È una spirale. E ora, come lei ha giustamente dedotto, vorrei uscirne. 

Ma non ho l'audacia di Lafitte, né la sua astuzia. Sono un uomo che vorrebbe solo aprire una taverna tranquilla a Bristol e sposare una donna che non lo derubi e non gli tagli la gola nel sonno, e dimenticare questi anni bui."


"Lafitte. Non ho mai fatto il suo nome, è dunque a Bristol che siete diretti? Ho visto che state facendo provviste per un lungo viaggio." rispose l'Olandese.


Barnaby proseguì. 


“So bene a chi, o farei meglio dire a cosa, sta dando la caccia. Siamo prigionieri dello stesso incubo” Disse Barnaby, con un cenno allusivo si alzò dal tavolo per congedarsi. "La sua offerta di clemenza è generosa, ma per ora, non posso accettarla e forse è tardi per me. Le mie sfortune sono molto vicine, e hanno fame, come solo certe belve oscure del Bayou possono averne. Crede alla magia nera signore?"


Fece un mezzo inchino impacciato, senza guardare più Van Rijn negli occhi e senza aspettare una risposta.


"Ci rivedremo, Capitan Barnaby," disse Van Rijn. "E la prossima volta, lei sarà a un passo dalla sua ultima cima. Pensi bene a chi è più pericoloso, l'uomo che brandisce il cappio o il mostro da cui sta scappando? La vera audacia, Capitan Barnaby, è decidere il proprio destino, invece di subirlo."


“Se saprà ascoltare quanto le ho detto capirà che ho fatto la mia scelta riguardo al mio destino, spero solo che per una volta la fortuna mi assista.”


Barnaby si allontanò dalla locanda con il cuore che gli batteva nel petto, Van Rijn rimase seduto, tamburellando con le dita sul tavolo. 


Bristol, cosa aveva a che fare Lafitte con Bristol? Lo avrebbe scoperto molto presto, era ora di tornare in Europa e fare ripartire la caccia, doveva fermarmi prima che mettessi insieme un nuovo esercito e riprendessi le mie scorrerie. 


Non immaginava che avevo ben altro in mente!




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