Capitolo 3 – Scherzi del destino e colpi di fortuna.
Il destino, se fosse stato un bravo drammaturgo, avrebbe fatto in modo che la Fortuna affondasse in una tempesta gloriosa, permettendomi un trapasso degno del mio nome. Lo avrei meritato, ero il re dei pirati!
Invece finii col restare coinvolto nel più squallido fra gli abbordaggi che la storia della pirateria abbia mai visto.
Abbordare una nave negli anni Venti dell'Ottocento, non era più una faccenda di combattimenti con spade sguainate, voli fra le funi ed eroiche vittorie. Era più simile ad una trattativa commerciale in cui si doveva trovare un equilibrio fra la disperazione e l’avidità di entrambe le parti coinvolte. Il Capitano Hodges della Fortuna era più avido che coraggioso, ed era un ottimo mercante.
Quando la Melma, quella lurida bagnarola, apparve all’orizzonte, Barnaby non ebbe bisogno di sparare un colpo. Il Capitano Hodges, un uomo grasso e sudato più interessato al valore dello scafo che all'onore, radunò immediatamente i passeggeri sul ponte organizzando un’improbabile quanto efficace difesa. Purtroppo era giorno, e io dormivo nella mia bara di mogano, ignaro di tutto quello che succedeva intorno a me.
I passeggeri del mercantile erano un assortimento dell’elite volgare, ricca e decadente del tempo.
Mercanti grassi, signore ingioiellate e giovani snob inglesi che si lamentavano del cibo, del sole, del vento, e di qualsiasi altra cosa cogliesse la loro altezzosa attenzione.
Vestiti di seta e broccato, ricoperti di gioielli scintillanti, contrastavano in modo osceno con l'odore di catrame e pesce morto della nave.
"Prendete quello che volete! Ma lasciateci lo scafo e la vita!" urlò Hodges ai pirati, quando salirono a bordo, e innescò una sorprendente trattativa con Barnaby, contrattando il costo della libertà dei suoi ospiti e della sua nave con un’efficienza che avrei quasi ammirato, se non fossi stato mio malgrado merce ignara di quello scambio
L'equipaggio della Melma, dopo che il loro capitano aveva concordato le modalità furto che stavano per compiere, salì a bordo in modo goffo e disorganizzato, erano più simili a pezzenti affamati che a temibili pirati.
Il contrasto fu immediato, accecante e grottesco.
I pirati erano l'antitesi dell’eleganza dei passeggeri della Fortuna e la pulizia e l’ordine che regnavano sul mercantile sottolineavano ancora di più i vestiti a brandelli, sudici e scuri dei pirati, che portavano addosso l'odore acre e stantio della Melma.
Silas "Denti Marci", così soprannominato perché il suo alito ricordava il lezzo una fossa comune, si avvicinò ad un mercante paffuto, che si ritrasse come se fosse stato colpito con un pugno in pieno viso, egli strappò dalle mani una borsa piena di monete d’oro.
I suoi compagni si occuparono degli altri passeggeri, e anche il Capitano si mise all’opera
Fu in quel momento che la ridicola nobildonna che mi avrebbe condannato alla mia attuale condizione comparve per la prima volta nella mia storia.
Lady Clara Witherbottom era una insopportabile aristocratica inglese, zitella e altezzosa, con un palese bisogno di avventura che lo status e la vita agiata le avevano fatto immaginare solo attraverso i libri che aveva letto e i pettegolezzi che aveva ascoltato.
Avevo avuto modo di conoscerla e irretirla nei giorni precedenti a quell’attacco. Era così disperata e desiderosa di trovare marito che aveva accettato le mie lusinghe, nonostante il mio aspetto macilento e l’odore che mi accompagnava. Le avevo promesso una visita una volta giunti nel nuovo mondo e le avevo raccontato una serie folle di menzogne riguardo alla mia malattia che lei aveva creduto ciecamente. Mi servivano contatti nella buona società Europea, nella mia mente malata e sofferente stava iniziando a farsi largo il mio grande progetto e quella sciocca poteva davvero fare al caso mio.
Quando Barnaby "Piede di Piombo" si avvicinò a lei per farsi consegnare la lunga collana di perle e diamanti che portava al collo spalancò gli occhi come se avesse visto il volto della virilità più selvaggia.
Forse non aveva notato che quel meschino era riuscito ad arrivare a bordo solo grazie a Silas che lo aveva issato sulla nave come un sacco di patate.
"Oh, signore," sibilò con un tono da operetta "Abbiate pietà di noi! Sono pronta a sacrificare la mia virtù alla vostra selvaggia mascolinità e a seguirvi per salvare i miei compagni di sventura"
Barnaby, quella canaglia, si bloccò confuso, non era certo abituato a parlare con le donne, una nobile poi non gli era mai capitata a tiro.
Afferrò i gioielli che lei gli porgeva con fare languido ostentando il suo petto scarno.
"Signora, non è necessario. Per ora prendo solo la collana, mi scusi e grazie, devo scappare, ma forse ci vedremo di nuovo, chissà."
La nobildonna rimase incantata da quella goffa promessa, pensò che finalmente il destino avesse messo nella sua vita un eroe romantico.
Lo guardò trepidante mentre portava a termine insieme ai suoi sgangherati uomini il saccheggio.
I pirati presero tutti i bauli, le provviste e ogni oggetto di valore, inclusa la mia bara di mogano.
Io sentii solo il movimento brusco e le loro voci sporche e trionfanti.
Uno di loro notò che la cassa somigliava pericolosamente ad una bara.
“Porterà sicuramente sfortuna! Non la voglio a bordo con noi”
Fu il cuoco di bordo a prendere in mano la situazione e il mio destino.
“Ignorante e bestia, è una cassa di vini pregiati, non vedi che hanno inciso il nome Lafitte sul coperchio? È da un centinaio di anni che producono vini pregiati riservati ai palati dei nobili francesi.”
Senza poter fare niente per difendermi, fui issato a bordo della Melma, e depositato senza tante cerimonie in fondo alla stiva, il mio vezzo di fare incidere il nome della mia sepolta identità passata sul coperchio della cassa mi aveva condannato.
E così, Jean Lafitte, Re dei Caraibi, lasciò il lusso fittizio del mercantile su cui era salito, per ritrovarsi, di fatto, membro della ciurma di Barnaby, il peggiore dei pirati.
Il giorno successivo all'abbordaggio, la Melma era stranamente silenziosa. Io ero lì, al buio, avvolto nella mia bara che ormai puzzava come la nave che mi ospitava. I miei compagni di stiva erano topi, umidità e la muffa, il lezzo era così pesante che copriva persino l'odore della maledizione.
La sera del terzo giorno iniziai ad avere fame.
Avevo una fame atroce, che non avevo mai sentito prima. Allontanandomi dalle coste della Louisiana la maledizione si alleggeriva ed ero sempre più vampiro, era ora di andare a caccia.
Le tracce di magia che ancora si legavano a me però mi rendevano goffo rumoroso, lasciavo dietro di me tracce indiscutibili della mia fretta e della mia scarsa coordinazione da non-morto. Il corpo di uno zombie purtroppo non permette una piena coordinazione dei movimenti, i meccanismi delle ossa e delle articolazioni non sono fluidi e armoniosi quanto dovrebbero.
Il mattino dopo comunque, il cuoco della Maelma era scomparso.
La sua padella era a terra, curiosamente piegata a metà, come se fosse stata usata per qualche sport violento notturno.
I pirati iniziarono a discutere fra loro, erano superstiziosi e spaventati.
"È un fantasma!" sibilò Silas Denti Marci "Si vendica perché abbiamo portato a bordo la sua bara, non è una cassa di vini.”
Un drappello di uomini si unì a lui sostenendo la sua visione oscura dei fatti.
"Stupido! I fantasmi non non piegano le padelle in quel modo!" ribatté John Cento chiodi, così soprannominato perché era il carpentiere di bordo.
Altri presero le sue difese, e in breve a bordo due fazioni ben definite iniziarono ad azzuffarsi fra loro.
L'ordine a bordo della nave del capitano Barnaby era sempre stato un problema, ma in quel frangente divenne inesistente.
I marinai si rifiutavano di scendere in stiva da soli e facevano la guardia in coppia, armati di candele e bottiglie di rum, e continuavano a litigare e a discutere rendendo le operazioni quotidiane sulla nave impossibili.
La notte successiva, scomparve Piet Sloom, un pirata olandese, che doveva il nome alla sua proverbiale lentezza.
Trovarono solo il suo cappello lurido incollato alla plancia da una sostanza vischiosa e maleodorante, e un'unica impronta di fango nerastro sul ponte, stranamente simile a quella di uno scarpone elegante, troppo elegante per appartenere a un qualsiasi membro della ciurma.
La confusione che si creò divenne la mia più grande alleata.
Quei bifolchi credevano in fantasmi, in demoni, in creature marine. Nessuno pensava all'idea che la loro sfortuna fosse semplicemente immagazzinata in una cassa di mogano al piano di sotto.
Nessuno tranne Barnaby "Piede di Piombo" che non aveva mai pensato a un piano intelligente in vita sua. Quella volta ebbe forse la prima idea intelligente che il suo cervello aveva partorito da quando aveva visto la luce.
Doveva riportare la calma a bordo e la pace fra gli uomini, che ormai stavano lasciando andare alla deriva il vascello.
"Uomini, quella cassa sta facendo impazzire tutta la ciurma, portatela sul ponte e gettiamola in mare!"
L'idea fece presa in quel clima di terrore e cospirazione, scesero nella stiva all’imbrunire e portarono la cassa che mi ospitava in superficie.
Il mogano lucido risplendeva, troppo elegante per la Melma, era un corpo estraneo sul suo ponte sudicio.
Mi circondarono, pronti a gettarmi fuori bordo.
Sentii le loro voci avvicinarsi. Il mio cuore, o quello che ne restava, cominciò a martellare nel panico. No, non potevano. Se mi avessero gettato in mare, la maledizione, l'acqua, il sale... sarebbe stata una fine ignobile!
“Ma se la aprissimo prima di gettarla fuoribordo?” Suggerì uno dei pirati “Infondo sarebbe un peccato gettare via dell’ottimo vino, potremmo berlo alla salute degli scomparsi e in un modo o nell’altro questa notte stessa ci libereremo da questo incubo”
Barnaby era contrariato, ma acconsentì.
Quell’imbecille, era ad un passo dalla vittoria, ma per mia fortuna era stupido, mi stava salvando la vita per un sorso di vino, non mi sarei fatto sfuggire quell’occasione.
Sentii il rumore ferroso di una leva che forzava il coperchio. Il mio momento di gloria era giunto, anche se non come avevo previsto.
La fortuna ci deve trovare pronti all’azione se vogliamo cogliere il suo bacio, dovevo agire subito, oppure sarei finito in pasto agli squali.
La storia prosegue domenica prossima su questo blog. seguimi su instagram per non perderti il capitolo 4 e i successivi
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