Il vampiro del Bayou, l'ultima grottesca avventura del capitano Jean Lafitte - Capitolo 2


 Capitolo 2 – La fuga.

 


Mi ero procurato un nome adatto al mio nuovo status.

Ero il Duca De Sangre, un nobile melodrammatico, decadente, e soprattutto, straniero.

 

Spacciai l'ingombrante cassa di mogano, in realtà la mia bara piena di terra americana come un'eccentricità.

Il duca era affetto da una tremenda malattia mortale e voleva essere sempre pronto a cogliere elegantemente l'abbraccio dell’oscura signora.

Per mascherare gli effetti della Maledizione, che portava con sé il suo odore costante e terribile, avevo inondato me stesso e i miei panni di intensi profumi orientali e muschiati.

 

Ero avvolto in un ampio mantello di lana pesante e nero per proteggermi dai feroci raggi del sole della Louisiana, un vero calvario a quelle temperature, ma essenziale per nascondere il colorito sempre più fangoso del mio corpo.

Il mio ultimo affare a terra era stato acquistare, con denaro contante, un passaggio di prima classe sul mercantile Fortuna in partenza per l'Europa, e alcuni costosi profumi da portare con me.

 

Ero nel quartiere commerciale, dove l'odore di spezie in vendita sui banchi dei mercanti combatteva il mio.

Fu lì che lo incontrai. Lui non era come gli altri, lo conoscevo bene ormai, mi aveva dato la caccia per mesi prima dell’incendio e della mia rovina. Era uno dei peggiori fra quelli del suo genere, forse perché non aveva lo sguardo fanatico né la barba incolta di un cacciatore di taglie, ma l’aria di un piacente giovane borghese curato ed elegante, uno che sarebbe stato più a suo agio dietro alla scrivania di una banca che in quel luogo.

 

Van Rijn era vestito in modo impeccabile, in un abito da viaggio sobrio e grigio scuro, ogni piega precisa del tessuto che lo avvolgeva sembrava sottolineare la disorganizzazione del porto e il caos del mondo che lo circondava.

Si muoveva lentamente, non aveva alcuna fretta. Quando i nostri sguardi si incrociarono era in piedi accanto a un carico di casse destinate all'Europa. Non le stava semplicemente guardando; le stava misurando, pesando, schedando con la massima cura, era chiaro che stava cercando qualcosa con cura maniacale e inarrestabile.

Quando i suoi occhi, azzurri si posarono sul mio mantello scuro e fuori luogo a quelle temperature capì immediatamente che non ero quello che pretendevo di essere. Certo non poteva immaginare che fossi un vampiro, e anche uno Zombie maledetto dalla magia nera del Bayou, ma aveva colto in me un’anomalia nel sistema e avevo attirato la sua attenzione.

Smise di misurare una cassa di rum e rimase impietrito a guardarmi. Fissò i miei guanti, quello che riusciva ad intravedere del mio viso tumefatto.

 

Un lampo percorse il suo sguardo, silenzioso e glaciale, mi aveva riconosciuto? Era possibile, non avendo recuperato il mio corpo le autorità avevano messo in ogni angolo il mio ritratto con tanto di taglia, e mi aveva inseguito per tanto tempo, sapeva bene chi ero, non era la prima volta che il nostro destino ci portava sulla stessa via.

 

Chiuse il taccuino e iniziò a camminare nella mia direzione, con passo cadenzato, ma senza alcuna fretta, come un predatore che ha visto ciò che vuole e ha deciso di non farselo sfuggire.

Non era il momento di esitare, in altri frangenti lo avrei affettato facilmente con la mia spada, ma non avevo tempo, e non ero nelle condizioni fisiche adatte a sostenere un duello.

 

Fuggii attraverso il mercato, fino al porto, per fortuna quel damerino non aveva il mio impeto nel farsi largo attraverso la folla e rimase indietro, dandomi un bel vantaggio.

 

Salii di corsa sulla passerella della “Fortuna”, su cui avevo già imbarcato la mia bara e il mio bagaglio.

Misi delle monete d’oro sonante nelle mani del capitano, intimandogli di partire immediatamente, non obiettò, l’oro aveva il potere di muovere le montagne in America a quei tempi, fare salpare in anticipo una nave era ben poca cosa con la giusta somma.

La Fortuna si staccò dal molo in fretta, proprio mentre Van Rijn raggiungeva la banchina.

 

Quando mi affacciai dal parapetto, avvolto nel mio mantello, lo vidi. Era fermo nel mare di caos che regnava sovrano nel porto. Non si agitò, non si arrabbiò. Si limitò a portare la mano all'altezza del petto, come se stesse registrando la mia immagine per un fascicolo futuro.

Risi, una risata secca e gutturale. Ero libero. L'avevo battuto, quel meticoloso sciocco!

 

Agitai una mano in un saluto ampio e sarcastico.

"Addio, mio caro Dottor Van Rijn! A mai più rivederci! Non mi avrete mai!"

 

Fu incauto gridargli quelle parole da parte mia, adesso lo capisco bene, ma in quel momento ero certo della mia fortuna, non vedevo possibilità di sconfitta, e a bordo di quella nave non c’era nessuno che mi avrebbe potuto riconoscere, solo nobili stanchi e annoiati e la ciurma, che non aveva certo voglia di dare la caccia al re dei pirati misteriosamente scomparso nel fango del Mississipi.


La Fortuna prese il largo. Ero in mare. Il mio travestimento era stato un successo, niente mi avrebbe potuto fermare!

 

Quanto mi sbagliavo! Destino crudele!

Mentre il mio lussuoso cargo veleggiava tranquillamente verso il vecchio mondo, l'equipaggio del Capitan Barnaby si trovava in uno stato di disperazione che rasentava la farsa, ma era già in rotta di collisione con il mio destino.

La loro nave, la Melma, era un insulto al navigare. Perfino la mia cassa di terra sul mercantile godeva di un livello di comfort e di igiene superiore a quello in cui vivevano i pirati della sua ciurma.

 

Il ponte era sempre viscido, le cabine erano infestate da ratti, pulci e dal fetore di cibi avariati e corpi sudici.

 

La vita del pirata, negli anni '20 dell'Ottocento non era semplice, ma l'equipaggio della Melma era un ammasso incontrollato di incompetenze e vizi. Tra loro, come spesso capita, l’apice del disastro era proprio il capitano, Barnaby detto "Piede di Piombo".

Barnaby, povero stolto, era l'antitesi vivente di ogni cosa che io, Jean Lafitte, rappresentavo.

Il soprannome "Piede di Piombo" gli era stato affibbiato per la sua totale incapacità di muoversi senza causare un danno. Non aveva perso la gamba come un pirata che si possa rispettare, ma per la sua goffaggine sembrava che ogni suo arto fosse fatto di piombo.

Le sue disavventure erano leggendarie, era un pirata senza pari, ma solo nel causare danni collaterali.

In tutte le taverne si rideva ancora di un abbordaggio fallito perché aveva dimenticato di caricare la sua pistola. Una volta, nel tentativo di aggiustare una vela, si era legato un piede a un cavo e aveva accidentalmente issato sé stesso al posto dello straccio di tela, restando appeso per ore in cima all'albero maestro.

Non erano da meno i disperati che lo seguivano.

Barnaby, il Capitan Barnaby, era sulla sua plancia, e scrutava l’orizzonte con gli occhi disperati. Stavano navigando sull'orlo del fallimento.

 

Ad un tratto Cormac, un marinaio grasso e brutto, a cui mancava un braccio, urlò dalla coffa: "Capitano! Avvistamento a tribordo! Grande nave, mercantile, diretta a Est. Carico promettente!"

Non potevano sapere che stavano per abbordare il loro peggiore incubo.

 

E io, nella mia bara, riposavo ignaro del disastro che mi attendeva mentre mi godevo il mio primo, tranquillo, riposo da vampiro in fuga, felice del fatto che i sintomi della maledizione si stessero già alleggerendo mano a mano che mi allontanavo dalla costa Americana.

 

 


La storia continua domenica prossima, seguimi su instagram e tiktok per non perdere i nuovi capitoli.

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