Il vampiro del Bayou, l'ultima grottesca avventura del capitano Jean Lafitte- Capitolo 1


 Capitolo 1 – Come tutto ebbe inizio.

 

Il Mississippi, ve lo assicuro, non è affatto romantico.

È sporco, e scorre lento ed inesorabile come un destino infausto, è una delle più grandi imposture del Nuovo Mondo.

 

Quella massa di acqua non ha l'onestà brutale e selvaggia dell'Atlantico, né il turchese seducente dei Caraibi.

È una cloaca melmosa, marrone e oziosa, un serpente di fango e detriti che trascina la sua melma pesante giù verso il Golfo del Messico.

I bayou lo incoronano degnamente, come fossero vie di fuga verso l’inferno.

L'aria non è che un sudario di vapore, saturo di un odore costante e nauseabondo di fango fermentato e vegetazione in decomposizione.

 

I cipressi calvi emergono dall'acqua scura come scheletri, tutti avvolti da veli grigiastri di muschio spagnolo, che dà ad ogni cosa un aspetto di miseria barocca.

 

L'acqua, ferma e scura, riflette il cielo color polvere, e lascia intravedere solo raramente il fondale melmoso su cui marciscono ossa e sogni.

E le zanzare... Mon Dieu, le zanzare!

Sibilano, non ronzano, un coro costante e acuto che ti penetra nel cranio. È un luogo di febbri lente e marciume.

Eppure, a pensarci bene, quell'oppressione vischiosa, quel coro infinito di insetti che banchettavano con la mia carne, persino gli alligatori mi sembrano un destino migliore di quello che mi è toccato e della misera condizione in cui sono da secoli.

Il mio universo è da troppo tempo questo maledetto rettangolo scuro e polveroso.

Sono diventato un trofeo dimenticato in uno scantinato del British Museum, io il re dei pirati, il più grande di sempre.

Tutta colpa di quel maledetto, di quell’astuto piratucolo di bassa lega, e del suo amico, poco più che un contabile. Due uomini di poco conto hanno messo in scacco me, proprio me! Il re dei Caraibi, l’ultimo grande pirata che la storia del mondo ha visto.

Che sorte perfida, che onta vergognosa ho subito!


Tutto è iniziato attorno al 1820, o farei meglio a dire finito?

 

Mon ami, quello che separa una fine da un inizio, a volte, è un confine estremamente sottile.

Basta un gesto, una parola, un passo, e tutto nella vita di un essere umano può cambiare. La differenza fra i grandi uomini come me, e le masse, sta nella quantità di persone che vengono coinvolte dalle decisioni che vengono prese.

Ciò che fa di un uomo un grande uomo è la capacità di saper decidere lucidamente quali mosse fare, e quali confini varcare nella sua vita in prospettiva di un progetto, e non per viltà o per reazione.

Io, modestamente, avevo un grande progetto, e non sono mai stato un vile.

 

Erano anni disgustosi quelli in cui ho vissuto la mia vita mortale.

L'epoca d'oro della pirateria era morta, affogata dal leviatano della burocrazia.

Le grandi navi erano state sostituite da mercanti noiosi e le guerre di indipendenza sudamericane fornivano solo opportunità di lettere di corsa di bassa lega. Anche i Pirati erano ormai al servizio della politica e degli interessi di stati e banche, non più uomini liberi.

 

Gli aristocratici europei si erano chiusi nei loro salotti snob, annoiati a morte, e anche la gente comune aveva iniziato a pretendere cose come "leggi" e "ordine". Era più facile assoggettarsi a delle regole che affrontare le onde con la spada sguainata, a rischio della vita.

 

Il tempo selvaggio della libertà e dei grandi spiriti era al suo declino.

Svenduto per una mediocre e fasulla tranquillità e per l’illusione di una vita ordinata.

 

Svenduto da tutti, ma non da me.

Fino al 1821, io ero Jean Lafitte. Non sono stato un pirata qualsiasi: ero il Re dei Caraibi e il Contrabbandiere di New Orleans, ho comprato, venduto, saccheggiato qualsiasi luogo e qualsiasi merce, anche gli schiavi.

 

Non storcere il naso, se io li vendevo significa che qualcuno li comperava. Erano gli stessi parrucconi che mi hanno accusato di essere un mostro e un delinquente. La differenza fra loro e me stava semplicemente nel coraggio con cui io ho portato avanti la mia vita.

 

Ero ammirato, temuto, e necessario, che alla gente perbene piacesse ammetterlo oppure no.

 

Nessun pentimento, mai. Il mio tempo era speso non a depredare, ma a negoziare, a tessere alleanze, a far sì che i ricchi di New Orleans potessero comprare a buon mercato le merci che io recuperavo per loro.

 

Il mio impero non era fatto di navi, ma di astuzia e il mio regno era Barataria!

Ho combattuto al fianco di Andrew Jackson nella Battaglia di New Orleans; un atto di opportunismo geniale, non certo di patriottismo. Ho stretto la mano a governatori, e ignorato le taglie che quelle stesse mani mettevano sulla mia testa con l'eleganza di un vero nobile. Il mio successo era giustificato dalla mia intelligenza e dalle mie capacità innate. Chi mi accusava di essere un criminale? Beh, quelli erano solo ipocriti che non capivano che la vera pirateria era già in atto, legalizzata, nei banchi del governo di Boston e Londra.

Un uomo come me era scomodo, perché ero un uomo libero, non mi sarei mai assoggettato alla loro patetica idea di ordine, così arrivò l'ultimatum americano.

Arrenditi, consegnati e verrai processato e appeso alla forca, la fine di ogni pirata.

Mi inseguirono, ma io non mi arresi, no, piuttosto che la resa meglio la morte in battaglia, con la spada in mano!

 

Diedi fuoco alla mia amata Galveston, l’isola su cui avevo edificato la mia roccaforte, un gesto teatrale, lo ammetto, ma necessario per la mia leggenda, e fuggii, il mio rancore mi avrebbe assicurato una vendetta degna del Re dei pirati, sarebbe arrivata, ma a tempo debito.

Mi diedero per morto, mangiato dagli alligatori disse qualcuno.

 

Poveri illusi!

Ero vivo e vegeto, e credevo di poter ricostruire tutto da capo in quelle paludi. Ma la palude aveva altri piani per me.

Fu lì, nel fango e nella nebbia, che mi imbattei nel mio destino, e nella magia nera del Bayou.

 

Non credete a queste cose? Siete degli sciocchi, ma come compatirvi? Non ci credevo veramente nemmeno io, eppure mi trovai coinvolto in una partita di carte col demonio da cui non sono ancora uscito.

 

Mentre arrancavo nel fango per mettermi in salvo vidi una minuscola barca a remi che galleggiava nella mia direzione.

 

A bordo c’era solo un vecchio, pensai che non sarebbe stato un problema spezzargli l’osso del collo e farne sparire il corpo nella melma. La sua imbarcazione mi serviva più che a lui, e io servivo al mondo più di un vecchio pescatore.

 

Non immaginavo che mi sarei trovato faccia a faccia con il leggendario Vampiro del Fiume, che predava i marinai ubriachi.

 

Era un mostro lento, noioso, privo di ogni stile. Mi trasformò. Mi regalò, senza il mio consenso, il peso dell'immortalità, e mi lasciò tramortito a galleggiare nelle stesse acque in cui io volevo buttare lui.

 

La mia sorte sarebbe già stata beffarda se il fato si fosse fermato qui, ma siamo solo all’inizio di questo intricato racconto.

Venne lei a complicare le cose, come spesso succede con le donne, la Mambo.

Era un bel bocconcino, una ragazza creola forte, imponente, con un sorriso che non prometteva nulla di buono, avrei dovuto capire che non era una femmina con cui giocare.

Ero stordito dalla mia prima fame e, per chissà quale senso di carità tribale, mi ha curato e nutrito. Stupidamente, nel mio primo atto da non-morto, affamato e confuso, cercai di morderla e di farla mia.

Lei non urlò, non si spaventò, e non si assoggettò alla mia prestanza fisica e alle mie voglie per paura della morte.

Mi paralizzò con la sua magia e si limitò a guardarmi con un disprezzo che bruciava più del fuoco di Galveston.

 

Non mi uccise, no. Mi maledisse prima di scomparire davanti ai miei occhi.

"La tua immortalità, cabrón ingrato, non sarà mai grazia, ma una condanna a ciò che più disprezzi. Resterai in corruzione, un eterno non-morto, finché il tuo cuore non sarà altro che melma, fango e risentimento. Sarai privo di volontà, destinato a diventare uno Zombie senza scopo. Il tuo corpo cadrà a pezzi, ma la tua coscienza resterà intatta a guardare lo scempio."

Una maledizione umiliante e grottesca.

 

Ad ogni ora che passava, nel caldo torrido di quelle terre la trasformazione avanzava.

La mia pelle assumeva il colore del fango dei Bayou, i miei movimenti diventavano incerti, la mia mente cominciava a cedere.

 

Ero bloccato lì, io Lafitte, il grande corsaro, condannato a diventare una pila di carne marcia con il mio ego e i miei sensi ancora intatti, era inaccettabile.

Non potevo restare, non mi potevo arrendere. La trasformazione mi avrebbe reso una statua di carne marcia nelle paludi. Non potevo permettere che la mia leggenda si concludesse con un'umiliazione del genere.

 

Mi serviva una contro misura, qualcuno che sapesse come funzionano le maledizioni e che mi potesse aiutare a trovare una soluzione.

Lisette, una fille de joie che lavorava nel porto di New Orleans, lei era la persona giusta.

Lisette era l'unica anima a cui avrei osato mostrare il mio decadimento, l'unica in grado di vedere l’uomo che ero stato al di là dell'odore di decomposizione che cominciava a seguirmi.

 

La raggiunsi di notte, senza farmi notare, avvolto in un mantello che copriva il mio volto e il mio corpo.

Mi lesse i Tarocchi in una stanzetta nel retro del suo locale, uno spazio angusto, in cui l’aria era carica dell’odore di gin e disperazione tipico solo di certe bettole dei quartieri più poveri.

Le carte parlarono chiaro: il mio corpo era legato a quella terra, ma il mio spirito no. L'unica salvezza era la lontananza, spazzare via l'influsso di quella maledizione superando l'oceano.

La destinazione, mi era chiaro ormai, non poteva essere che l'Inghilterra.

Non a caso, il mio unico e vero tesoro, di cui portavo sempre con me le chiavi e la mappa, era sepolto laggiù in attesa del mio ritorno, o di quello di un mio degno erede.

Non potevo salpare come Lafitte. Chi mi avrebbe preso a bordo?

 

Mi sarei travestito. Il nuovo mondo era stanco dei pirati, ma il vecchio mondo era sempre affamato di eccentricità. Dovevo fingermi un Nobile Europeo, un duca malato e affascinante, in viaggio urgente per l'Europa.

Il piano era assurdo, ma poteva funzionare. Mi procurai una cassa elegante, costosa e con una serratura interna di triplice sicurezza.

Sarebbe stata la mia casa, la riempii di terra del Bayou, grigia e fangosa. Una vera bara di un nobile, un ultimo, disperato tocco di classe.

Ero di nuovo pronto a salpare. Non come un pirata a vele spiegate questa volta, ma come un carico ingombrante, un segreto costoso. Credevo che la parte difficile della mia fuga fosse finita.

 

 

Oh, quanto mi sbagliavo!

Non immaginavo che sarebbe entrato in scena Capitan Barnaby, la mia nemesi e la fonte di ogni mia disgrazia, Barnaby Piede di piombo. Quell'idiota.


La storia prosegue...domenica prossima su questo blog! seguimi su instagram e tiktok per non perdere i prossimi capitoli.

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(leggilo subito, Ma non spoilerare!)


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