Questa è la maxi storia dei Quarantasette Ronin (spesso erroneamente citati come 49).
Non è una storia a lieto fine, e non c'è niente da ridere al riguardo, ma quando si parla di onore e guerra difficilmente le cose finiscono con un sorriso.
È una delle vicende più celebri e venerate del Giappone, un racconto che incarna alla perfezione i principi del Bushido, la via del guerriero, e l'eterno dilemma tra legge e giustizia, che è fin troppo attuale anche oggi.
Chi erano questi Ronin e perché questa storia di spiriti inquieti ha richiamato la mia attenzione?
La brutta faccenda che sto per narrare ha inizio nel Marzo del 1701.
Asano Naganori, il giovane e rispettato signore feudale del dominio di Akō, si trovava a Edo (l'odierna Tokyo) per un compito ufficiale.
Venne accolto con onore e affidato al maestro di cerimonie dello Shogunato, il bad guy della nostra storia, tale Kira Yoshinaka, un uomo noto per la sua arroganza e corruzione.
Come tutti i meschinelli della storia Kira soffriva di invidia e aveva un ego ingombrante e delicato, appigliandosi al fatto che l'omaggio che Asano gli aveva offerto non fosse granché, lo trattò con disprezzo, umiliandolo pubblicamente .
Provocato all'estremo, Asano perse la pazienza e sfoderò la sua spada all'interno del castello di Edo, un luogo sacro dove era severamente proibito brandire armi, e Ferì Kira, ma non lo uccise.
Le conseguenze però furono immediate e devastanti: impugnare una spada nel palazzo dello Shogun era un'offesa gravissima, anche se a seguito di insulti e provocazioni.
Asano Naganori fu condannato a commettere seppuku, il suicidio rituale, un'esecuzione onorevole, e inevitabile. Il suo dominio fu confiscato e i suoi samurai, rimasti senza padrone, divennero ronin, letteralmente "uomini alla deriva".
Diventare un ronin era una delle peggiori disgrazie per un samurai.
Significava perdere lo status sociale, la fonte di sostentamento e, soprattutto, l'onore.
Per la maggior parte dei 300 samurai di Asano, la vita prese direzioni diverse, ma un gruppo di essi, guidato dal leale Ōishi Kuranosuke, l'ex capo dei servi di Asano, prese una decisione straordinaria.
Giurarono vendetta.
Vendicare il proprio signore era un dovere sacro secondo il codice samurai, ma in questo caso era anche una violazione diretta delle leggi dello Shogunato.
I ronin si trovarono di fronte a un dilemma insormontabile: seguire la via del bushido o rispettare la legge vigente?
Messi di fronte all' opzione di tradire un giuramento non ebbero esitazioni, erano uomini d'onore, non di legge, e scelsero la vendetta.
Ma la vendetta è un piatto che va servito freddo, anche in Giappone.
Consapevoli di essere sorvegliati, Ōishi e i suoi compagni decisero di aspettare.
Si dispersero, assumendo professioni umili, frequentando bordelli e case da gioco, cercando di apparire come uomini senza scopo, per dissipare ogni sospetto.
Ōishi stesso si immerse in una vita di dissolutezza, un sacrificio enorme per un samurai, pur di ingannare Kira e le autorità, e per ben due anni vissero sotto copertura in questo modo.
Molti dubitarono di loro, e la pazienza di alcuni ronin fu messa a dura prova.
Alcuni addirittura abbandonarono l'impresa, riducendo il numero finale del gruppo a soli quarantasette uomini.
Finalmente, nel gelido inverno del 1703, l'opportunità di sfoderare le lame si presentò.
Le spie di Ōishi confermarono che Kira aveva abbassato la guardia.
In una fredda notte invernale i 47 ronin si riunirono e lanciarono l'assalto alla dimora di Kira a Edo.
L'attacco fu meticolosamente pianificato e impeccabilmente eseguito. Dopo una breve ma feroce battaglia, trovarono Kira, che si era ben nascosto, da vile meschinello quale era.
Gli offrirono la possibilità di suicidarsi con onore, come aveva fatto il loro signore, e gli offrirono la stessa lama che aveva messo fine alla vita di Asani, ma lui non ebbe la forza di compiere l'estremo gesto, così lo aiutarono loro, decapitandolo.
Nonostante conoscessero bene le conseguenze del loro gesto non fuggirono né si nascosero. Portarono la testa di Kira sulla tomba di Asano a Sengaku-ji, onorando il loro signore e annunciando pubblicamente la loro azione.
Si consegnarono poi alle autorità.
La reazione dello Shogunato fu complessa. Da un lato, l'atto dei ronin era una chiara violazione della legge e non poteva essere tollerato.
Dall'altro, la loro lealtà, coraggio e dedizione al bushido erano ammirati da molti, inclusa parte della classe dirigente.
Dopo un lungo dibattito, lo Shogunato condannò i 46 ronin sopravvissuti (uno di loro morì prima del verdetto) a commettere seppuku, tutti tranne uno, a cui fu concesso di vivere per continuare a raccontare la leggenda e l' onore dei suoi compagni.
Ōishi Kuranosuke e i suoi uomini affrontarono così la morte con la stessa dignità e onore con cui avevano vissuto, e la storia dei 47 Ronin divenne immediatamente una leggenda.
Sebbene la loro azione fosse tecnicamente illegale, fu percepita dalla popolazione come un atto di giustizia e di profonda moralità, e ancora oggi, la tomba dei 47 ronin al tempio di Sengaku-ji a Tokyo è un luogo di pellegrinaggio, dove persone da tutto il mondo rendono omaggio al loro coraggio.
Mi chiedo se oggi siamo ancora in grado di comprendere i sentimenti che hanno guidato questi uomini, e se abbia senso arrivare fino al punto di sacrificare la propria vita pur di ottenere quello che pensiamo sia giustizia.
Cosa ne pensate?








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