A prima vista, l'idea di accostare Lorenzo il Magnifico, il signore indiscusso del Rinascimento fiorentino, poeta e mecenate; Federico da Montefeltro, Duca di Urbino, stratega e guerriero provetto; e il pallore inquietante di certe creature notturne che popolano la nostra immaginazione contemporanea, può sembrare un azzardo.
Il primo commento che ad una donna contemporanea può nascere spontaneamente è che ci troviamo di fronte ad un cocktail di maschi tossici di altissimo livello.
Il secondo, se avete visto Twilight è che parleremo di Volterra.
Il terzo è che questo mix di testosterone è roba da psicoterapia e culto dei gatti in eterno, però a noi femmine i ragazzacci piacciono quindi so che apprezzerete l'idea di conoscere meglio il loro lato meno esposto al sole.
Addentriamoci dunque nelle pieghe del tempo.
Tra le luci abbaglianti e le ombre profonde del Quattrocento italiano, potremo scoprire un filo sottile, ma resistente, che lega direttamente o metaforicamente questi tre personaggi in una morsa indissolubile, fatta di sete di conoscenza, desiderio di immortalità, e occultismo.
Partiamo dal mio preferito, Lorenzo de' Medici.
Non fu solo il "Magnifico" tessitore di alleanze e l'illuminato mecenate che trasformò Firenze e l'Italia nel cuore pulsante del Rinascimento.
Sappiamo che era capace di celebrare la bellezza, le gioie della vita, l'arte e la poesia, ma mentre con la mano destra scriveva odi alle sue amate, con la sinistra teneva prepotentemente per il collo i suoi nemici.
Amava le feste, le belle donne e il buon cibo, si dice che fosse gioviale e brillante.
Nei suoi celebri "Canti carnascialeschi" o nel "Trionfo di Bacco e Arianna", Lorenzo ci ricorda la caducità della vita e ci invita a cogliere l'attimo fuggente:
Quant'è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Eppure, dietro questa facciata di gaudio e cultura, si cela un politico astuto e, all'occorrenza, spietato.
Il Sacco di Volterra del 1472 ne è testimonianza brutale.
Una ribellione scoppiata per il controllo delle preziose miniere di allume fu soffocata con inaudita violenza: la città fu saccheggiata, i suoi abitanti massacrati, in uno spargimento di sangue che macchiò la reputazione di Lorenzo e svelò il volto più crudele della sua politica di potere.
Ma la sua metà oscura non si limita alla gestione politica di Firenze.
La sete di conoscenza di Lorenzo andava ben oltre la politica e la poesia.
Era un uomo profondamente immerso nella cultura esoterica e nell'occultismo del suo tempo, un aspetto che lo lega sorprendentemente all'interesse per i "segreti" e le "verità nascoste" che ritroviamo in ogni epoca.
Al centro di questo fervore intellettuale vi era l'Accademia Neoplatonica di Careggi, voluta dal nonno Cosimo il Vecchio e poi portata al suo massimo splendore da Lorenzo.
Qui, figure come Marsilio Ficino traducevano e commentavano le opere di Platone, ma anche testi ermetici come il Corpus Hermeticum e le opere di Plotino.
L'ermetismo, con le sue radici nell'antichità egizia e greca, proponeva una visione del mondo dove l'uomo, attraverso la magia naturale, l'astrologia e l'alchimia, poteva elevarsi e comprendere i segreti divini dell'universo.
Non si trattava di stregoneria nel senso popolare, ma di una filosofia profonda che cercava di decifrare le leggi nascoste della creazione, di "manipolare" la realtà attraverso la conoscenza dei suoi principi più reconditi.
L'alchimia, in particolare, non mirava solo alla trasmutazione dei metalli vili in oro, ma era vista come un percorso di perfezionamento spirituale, un'evoluzione dell'anima.
Sulle insegne e nelle opere d'arte medicee abbondavano simboli allusivi a questa ricerca.
Il diamante, simbolo di durezza e invincibilità, spesso accompagnato dal motto "Semper", rappresentava l'eternità e la costanza.
Le tre piume (bianca, rossa e verde), allusive alle virtù teologali o alla tripartizione del cosmo, simboleggiavano saggezza e potere.
Troviamo questi simboli su stemmi che adornavano i palazzi, i gioielli, gli abiti e anche i monumenti funebri della famiglia.
Erano chiavi per interpretare un mondo di significati nascosti, accessibili solo agli iniziati.
Ad Urbino, mentre Lorenzo se occupava di Firenze, regnava Federico da Montefeltro, un altro gigante del suo tempo.
Condottiero di fama, temuto sui campi di battaglia, ma di lui non si sottolinea quanto si dovrebbe l'amore per la cultura.
La sua biblioteca era rinomata in tutta Europa.
La sua figura, immortalata da Piero della Francesca, è immediatamente riconoscibile per il suo profilo, con il naso aquilino, ma perchè veniva ritratto solo di profilo, e sempre solo il sinistro?
A Federico mancava l'occhio destro.
La storia di quell'occhio e di quel naso è emblematica della sua vita e della sua personalità.
Nel 1450, durante un torneo di giostra, o forse in battaglia, un colpo di lancia lo colpì violentemente al volto, distruggendogli l'occhio destro e deformandogli il naso.
Un trauma severo, che avrebbe potuto segnare la fine della sua carriera militare.
Invece, Federico prese una decisione tanto drastica quanto pragmatica: fece asportare una porzione dell'osso del naso per ampliare il campo visivo dell'occhio sinistro.
Questa "operazione" non solo gli permise di continuare a combattere, ma creò quella forma iconica e inconfondibile del suo profilo, che divenne il suo marchio distintivo, ma anche una testimonianza di resilienza e ingegno pratico.
Modificò il proprio corpo per un fine superiore, quello della guerra e della sopravvivenza.
E chi si occupò del feroce sacco di Volterra a cui accennavo sopra?
Proprio il nostro Federico, Lorenzo non era un uomo d'armi, ma sapeva scegliere con cura i suoi alleati.
Adesso sappiamo cosa lega questi due maschi latini d'epoca, ma la faccenda dei vampiri di Twilight cosa c'entra?
Cosa lega questi uomini di potere, cultura e mistero all'eco lontana di creature che si nutrono di sangue per mantenersi eterne?
Sicuramente il sangue sparso nella città di Volterra è un filo rosso molto potente, ma se vogliamo guardare la cosa da un punto di vista metaforico e un po' più profondo ci sono altri punti da considerare.
Sia Lorenzo che Federico, ciascuno a suo modo, erano ossessionati dalla ricerca di una forma di eternità.
Lorenzo la cercava nella fama, nell'arte, nella filosofia, nelle conoscenze proibite che gli avrebbero garantito un'immortalità culturale.
Federico, con la sua biblioteca e il suo palazzo, mirava a lasciare un'eredità di sapere e bellezza che trascendesse la sua vita mortale.
Entrambi, in fondo, desideravano sfidare la caducità, mantenere viva la propria essenza e il proprio splendore per sempre.
E qui entra in gioco, quasi come un'ombra fantastica proiettata da questo anelito, il mito del vampiro.
Creature condannate a un'esistenza senza fine, dotate di bellezza immutabile e poteri sovrumani, ma anche di una sete inestinguibile.
Non sono forse l'incarnazione ultima di quel desiderio di trascendenza, di perfezione (seppur oscura) e di immortalità che ha animato gli uomini di ogni tempo?
I vampiri, celando la loro natura e i loro segreti, richiamano la complessità di figure come Lorenzo, che bilanciava lo splendore pubblico con le oscure trame politiche e l'indagine di mondi occulti.
E come Federico, che con una mutilazione si reinventò per sopravvivere e prosperare.
Dalle corti illuminate del Rinascimento, con le loro filosofie ermetiche e i loro intrighi sanguinosi, fino alle moderne narrazioni di esseri immortali, emerge un tema universale: la costante, quasi ossessiva, ricerca umana di superare i limiti che la morte impone a tutti, plebei e nobili.
Che sia attraverso l'arte sublime, la conoscenza proibita, la dura pragmatica della sopravvivenza o un' esistenza eterna, l'uomo (e le sue creazioni fantastiche) è eternamente proteso verso qualcosa di "più grande", verso una forma di immortalità.
E in questo desiderio, forse, risiede il legame più profondo tra il Magnifico, il Duca di Urbino e l'ancestrale, seducente richiamo della notte che creature come i vampiri esercitano ancora oggi su di noi.
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